Che cosa sta succedendo al colosso dell'offshore CHC Group

Tra perdite imponenti (ma in recupero), taglio dei costi, il rinvio dei pagamenti e lo spettro del default, ecco come il gruppo canadese sta fronteggiando la crisi dell'oil and gas

di Stefano Silvestre

“Non possiamo permetterci il lusso di non controllare sotto ogni pietra”. Anche estratta dal contesto, è una massima che indicherebbe già di per sé una certa urgenza nel correre ai ripari da una situazione di crisi.

Se poi a pronunciarla è il numero uno della finanza del CHC Group, il gigante del settore offshore che ha in flotta qualcosa come 220 elicotteri tra medi e pesanti, allora bisogna crederci per davvero. L'annuncio di quella che appare come una ancora più approfondita revisione dei conti è arrivata dal CFO Lee Eckhert in occasione dell'annuncio, in settimana, dei dati del secondo trimestre dell'anno fiscale 2016 (terminato il 31 ottobre scorso), in cui CHC ha perso 42 milioni di dollari. Un dato di certo non confortante, anche se in forte ripresa rispetto alla rilevazione anno su anno: nello stesso periodo del 2015 CHC aveva infatti chiuso con un rosso di 177 milioni di dollari.

Nonostante una imponente operazione di taglio dei costi, raggiunta anche attraverso la rinegoziazione di accordi di leasing e acquisti di nuovi elicotteri, per recuperare i profitti perduti in uno dei periodi di massima depressione dei prezzi del petrolio, CHC sarà quindi costretta a passare al setaccio le sue operazioni in maniera ancora più severa.

CHC GROUP E LO SPETTRO DEL DEFAULT

Nelle scorse settimane CHC aveva già dimostrato di essere all'opera per recuperare terreno (e soldi): è del 15 aprile la notizia del rinvio di 30 giorni del pagamento degli interessi di quasi 46 milioni di dollari in scadenza, una decisione che dovrebbe permettere una revisione più decisa delle alternative strategiche per la ristrutturazione e la ripartenza economica della compagnia.

Se CHC dovesse però mancare il “grace period” (i 30 giorni che intercorrono tra la data iniziale di una operazione e la data a partire dalla quale iniziano a partire i rimborsi), l'unica alternativa possibile sarebbe l'insolvenza. In caso di default o di default incrociato, i pagamenti si sbloccherebbero pertanto in forma materiale: in altre parole, se CHC non pagherà i 46 milioni entro il 15 maggio, sarebbero i suoi asset (elicotteri compresi) a finire nel calderone dei rimborsi agli stakeholder.

Se CHC non sorride, anche i rivali non possono esultare. Dopo aver chiuso un 2015 da incubo, anche il provider offshore più grande al mondo (Bristow) è in difficoltà ed è riuscita a far fronte alla crisi grazie alla diversificazione del suo portfolio operativo e della flotta, che vede curiosamente i suoi aeromobili ad ala fissa beneficiare dei bassi costi del petrolio.

Secondo le stime di 12 mesi fa, la crisi al ribasso del petrolio doveva durare almeno fino al 2017.

Ora nessuno nell'industria azzarda più previsioni. E con un elicottero offshore su tre parcheggiato negli hangar, i rimedi artigianali per evitare il decadimento delle macchine potrebbero davvero non bastare.

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