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"Volavamo con il Gazelle, prima un colpo di cannone, poi le fiamme"
A 15 anni dall'incidente del SA341 Gazelle I-OLLY sull'alpe Grisolo, Valerio Jannon racconta a Helipress la sua passione per il volo in elicottero (e la fotografia)
di Stefano Silvestre
Lunedì 28 maggio 2001. L'orologio fermo alle ore 12. È un istante prima che una scintilla cambi per sempre le vite di quattro persone. È un secondo prima che 140 litri di carburante rimasti nel serbatoio di un SA341 Gazelle esplodano in una nuvola di fiamme e vapori incandescenti.
Quella data sarà difficilmente dimenticata dall'industria degli elicotteri italiana. Ed è un giorno che resterà impresso per sempre nella memoria di ValerioJannon, pilota e fotografo appassionato di elicotteri che su quel monomotore c'era e può raccontarlo. E c'è chi può farlo grazie a lui: Jannon è l'unico di due superstiti e della tragedia del Gazelle I-OLLY, precipitato sull'alpeGrisolo con a bordo quattro persone.
Oggi, a 15 anni di distanza, Valerio Jannon è ancora innamorato della sua passione di una vita. Non ha alcuna voglia di smettere di volare sugli elicotteri ed è uno dei pochi testimoni oculari dell'evoluzione della sicurezza nell'industria. Ha scelto di condividere sulla sua pagina Facebook alcuni degli scatti (realizzati da lui) più interessanti del panorama dell'ala rotante: noi lo abbiamo raggiunto per capire come si fa a superare una tragedia simile senza perdere fiducia nel mezzo e restare ancora appassionati di volo senza limiti e condizioni.
Valerio Jannon, dicci qualcosa di te.
Ho 58 anni, sono pilota di elicotteri dal 1994, abito in Val di Susa, vicino Sestriere. Amo le mie montagne, amo gli elicotteri e tutto quello che possono fare.
Quali sono i tuoi ricordi di quel lunedì 28 maggio 2001?
Ricordo che quel giorno ho dovuto saltare il pranzo. È una battuta che uso spesso quando mi chiedono di parlare di quell'incidente. Scherzi a parte, penso che prendere i fatti con un sorriso, anche i più drammatici, sia sempre meglio che piangersi addosso. Quando non c'è più niente da fare e non si può tornare indietro nel tempo per mettere a posto le cose, è meglio ragionare in positivo.
Tu e gli altri tre membri dell'equipaggio dovevate veramente andare a pranzo, però.
Eravamo a 1.700 metri di quota, io ero il tecnico, insieme a me c'erano il pilota e altri due membri dell'equipaggio. Stavamo tornando in valle da una giornata di lavoro antincendio, una pausa pranzo come tante altre. Dopo sette secondi dal decollo si è sentito un rumore tremendo, come un colpo di cannone. Era una pala del rotore principale, si era staccata di netto portandosi via la trasmissione, l'elicottero e pure due amici che lavoravano insieme a me su quel Gazelle della Heliwest.
Nella fotogallery: Valerio Jannon: le foto migliori
Poi cos'è successo?
È successo che dopo lo schianto mi sono ritrovato fuori dalla cabina, da solo e con 32 fratture su tutto il corpo. Appena ho ripreso i sensi ho sentito uno dei colleghi che urlava di dolore. Era dentro l'elicottero in fiamme, ferito ma vivo. Mi sono avvicinato più in fretta che ho potuto, l'ho estratto dalle lamiere e si è salvato. Non sono riuscito a tirare fuori il pilota e il copilota, il calore era ormai troppo forte anche a decine di metri di distanza., impossibile avvicinarsi.
Nella sua inchiesta sull'incidente l'ANSV ha determinato come la rottura della barra di torsione e la conseguente perdita in volo della pala siano stati i due principali fattori della catena degli eventi che hanno portato al disastro. È stato un incidente di volo anomalo.
Quello che è successo al nostro Gazelle non è neanche contemplato nei manuali di volo. In sostanza, il componente che si è rotto era stato catalogato male e immagazzinato peggio: doveva essere nuovo ma in realtà aveva già accumulato diverse ore di volo, chissà quante. E soprattutto, aveva delle crepe dovute al tempo e alla cattiva conservazione. Quando capita una cosa così, ti ritrovi seduto su un pezzo di ferro che cade da un chilometro di altezza. Non c'è nulla da fare.
Oltre alle conseguenze fisiche, pensi spesso a quel disastro?
La verità è che non ho avuto tempo di pensare e di avere paura. È successo tutto in un attimo, le reazioni sono state immediate così come l'istinto di sopravvivenza. Durante tutto il primo anno dopo l'incidente sono stato sotto shock, ma non ho avuto ripercussioni emotive a lungo termine.
Voli ancora?
Non mi faccio mancare qualche volo. Conosco praticamente tutti i piloti quassù in Val di Susa, ogni tanto mi invitano a bordo per un giro, io accetto volentieri. Diciamo che la passione per il volo non mi è passata per niente.
Hai ancora fiducia negli elicotteri?
Ne ho ancora di più di quanta ne avevo prima dell'incidente. Ho seguito da vicino altri fatti, come il disastro del 2003 a Sestriere (sei morti e un ferito, ndr) e ho potuto capire come negli ultimi anni la sicurezza sia aumentata a dismisura. All'epoca del nostro incidente si andava all'arrembaggio, c'era una grande componente artigianale nel lavoro con gli elicotteri, soprattutto rispetto a quanto le normative impongano oggi agli addetti ai lavori.
Noi ti abbiamo conosciuto per le tue foto. Quando hai iniziato?
La data esatta non la so, ricordo che quando ho iniziato a fare foto c'era ancora la Elilario, poi acquisita da Inaer (nel 2007, ndr). In realtà ho sempre voluto fotografare quello che vedevo mentre lavoravo, sia le macchine che i panorami. Ora ci riesco più spesso. Uso una compatta Nikon PX500 con teleobiettivo 36x.
Qual è il tuo elicottero preferito?
Non ci penso un secondo e dico: AS355B3. Il Lama è una macchina che può fare praticamente tutto, ha il miglior rapporto peso/potenza/costi del mercato, anche per le operazioni sotto i 2.000 metri. Nel 1998 ci ho volato per un periodo in Antartide, i Lama facevano miracoli laggiù esattamente come li fanno ancora oggi sull'Himalaya.
Sembra che la crisi del lavoro aereo in Italia sia senza fine. Qual è la tua opinione?
Molti lavori con elicottero non esistono più. Anni fa si lavorava per mesi al gancio, oggi i costi sono aumentati e si sono portati via una cultura intera di lavoro aereo. La domanda c'è ancora, quello che manca sono i soldi per sostenere le operazioni.
I costruttori continuano a sviluppare macchine sempre più efficienti per far fronte ai cambiamenti dell'industria.
Il rischio, sicuramente per l'Italia, è di incorrere in un appiattimento del mercato che non farebbe bene a nessuno. A fine anni '90 era impossibile non vedere un elicottero qui in Val di Susa, ora se ne vedono sempre di meno ed è un segnale tangibile della crisi. Ben vengano le macchine di nuova generazione, sono mezzi stupendi e ormai indiscutibili a livello di sicurezza, tecnologia e ergonomia. Ma vuoi mettere il confronto con un Gazelle? Come fai a non innamorarti?
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