Leonardo, Yeovil e lo spettro Brexit: che succederà alla ex AgustaWestland?

Il prossimo 23 giugno, attraverso un referendum, si voterà per decidere se la Gran Bretagna rimarrà o meno nell'Unione Europea: gli scenari possibili tra costi di transizione e prospettive economiche

di Nicola Zamperini

“In significa in e out significa out”. Il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, in un'intervista di qualche giorno fa al settimanale Spiegel ha spiegato con chiarezza il suo punto di vista sulla cosiddetta Brexit, l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea.

Il Regno Unito, ha rincarato la dose il ministro tedesco, non avrà più accesso al mercato comune europeo.

Il 23 giugno, attraverso un referendum, il popolo di sua maestà Elisabetta II deciderà se la Gran Bretagna rimarrà o meno nell'Unione europea. Gli ultimi sondaggi, quelli condotti a poche ore dall'apertura delle urne, parlano di un testa a testa tra i due schieramenti. Il futuro economico e finanziario del continente sembra appeso a un filo e l’omicidio della giovane deputata laburista Jo Cox amplia ulteriormente i margini di incertezza.

Per l'industria elicotteristica europea, e non solo, il referendum avrà conseguenze?

Che tipo di effetti sta scontando il sistema dei produttori?

Si pagheranno soltanto costi finanziari?

Diciamo subito che le grandi aziende, comprese quindi quelle che producono elicotteri, hanno sicuramente piani preparati da tempo per un eventuale shock finanziario. Il contraccolpo se la Gran Bretagna dovesse uscire dall'UE sarebbe immediato, profondo e prolungato. Osservando i listini, si capisce come alcune aziende, anche Leonardo, ex Finmeccanica, stiano già scontando un effetto Brexit anticipato. E a Piazza Affari il colosso di piazza Monte Grappa ha visto il segno meno più di una volta davanti alle sue quotazioni, che negli ultimi giorni sono state sull'ottovolante.

E l'Ad di Leonardo, Mauro Moretti, ha sottolineato i rischi dell'uscita del Regno Unito dall’Ue e la necessità di ritrovare l’unità nei fondamentali dell'Europa.

Il problema però non è solo finanziario. L'intervista di Schäuble lo dice con chiarezza. Non esiste la possibilità che la Gran Bretagna esca dall'Unione Europea e rimanga dentro il mercato unico.

Ciò significa che tutte le azienda che hanno rapporti con il Regno Unito dovranno fare i conti con i cosiddetti costi di transizione.

Che significa?

Che le imprese dovranno fare i conti con un assetto radicalmente differente. In altre parole, le aziende che esportano verso il Regno Unito o importano da lì potrebbero subire in futuro dazi, dogane, barriere al commercio, costi di spedizione e trasporto differenti.

Tutto andrà riparametrato. Tutto andrà riconsiderato. Dal punto di vista industriale la Gran Bretagna, fino a ieri partner europeo, come Francia o Germania anche se con una valuta differente, diventerà simile agli Stati Uniti, al Messico, all'Australia. I rischi sono incalcolabili. Magari la tempesta perfetta passerà come una grande e innocua onda anomala. Oppure diventerà uno tsunami devastante.

Nelle motivazioni elettorali di chi spinge verso l'uscita c'è di tutto. Paura, protezionismo, ragioni di politica interna, una buona dose di crescente insofferenza - spiegava pochi giorni fa Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera - verso Londra e verso la City. Verso la finanza. I partigiani della Brexit sottolineano gli infiniti guadagni che il Regno Unito trarrà dall’eventuale uscita.

Gli analisti interpellati da Helipress, al contrario, spiegano quanto lo scenario sia differente. E, con una battuta, affermano che l'Unione europea è molto più importante per la Gran Bretagna di quanto non sia vero il contrario. Il 47% dell'export britannico, per capirci, è diretto nell'UE.

Chi compra i beni inglesi? Facile, gli europei.

Per non parlare delle conseguenze politiche. Un'uscita britannica significherebbe lasciare come unico pivot della UE la Germania. In questo momento la Francia non riesce a tenere il passo. In un editoriale sul Foglio, Mario Sechi ha definito il paese transalpino “il grande malato dell’Europa”.

A tenere in piedi le sorti continentali sarebbe quindi una sola nazione.

Ecco qui che i riflessi sullo scenario di un'industria manifatturiera ad alta innovazione come quella elicotteristica sono i più svariati. I costi industriali dell'uscita britannica sono poco chiari. Certo, per un settore che in tutto il mondo è incollato con il mastice alla politica, l'uscita di una nazione dal club europeo apre prospettive differenti.

Leonardo Helicopters ha uno stabilimento assai importante nel Regno Unito, questo la favorirà o genererà svantaggi?

Le macchine prodotte laggiù - a sentire Schäuble - passeranno sotto le forche caudine di nuove barriere al commercio. Il mercato unico per gli elicotteri prodotti a Yeovil non esisterà più.

L’unica certezza, sottolineata da John Ponsonby, managing director di AgustaWestland Ltd (laggiù i nomi sono rimasti quelli del pre rebranding), è che il costruttore anglo italiano dovrà riconsiderare le proprie operazioni a Yeovil nell’eventualità dell’addio all’Ue del Regno Unito. In un futuro ancora incerto, come l’ha definito Ponsonby, l’unica sicurezza è nell’order book dello stabilimento di Yeovil: i contratti in essere saranno comunque onorati.

Dovremmo quindi immaginare un frazionamento dell'azienda? Quasi sicuramente no.

Esistono diversi insediamenti produttivi di Leonardo Helicopters in tutto il mondo, quelli inglesi rientrano nello scacchiere. Certo fino a oggi costavano e rendevano secondo determinati parametri, da domani potrebbe cambiare tutto.

Dall’uscita del Regno Unito, almeno nel settore degli elicotteri, potrebbe non guadagnarci davvero nessuno. Anche Airbus Helicopters possiede in UK uno stabilimento, a Oxford. Fabbrica in cui finalizzerà l’assemblaggio degli aeromobili destinati al bando da un miliardo appena vinto per la fornitura degli elicotteri d’addestramento per i piloti britannici dei prossimi anni. Gli effetti della Brexit potrebbero essere meno dirompenti rispetto ai competitor: quei 32 elicotteri saranno costruiti a Donauworth, nella roccaforte continentale del costruttore.

Infine, seguendo lo schema del domino politico, la Brexit andrebbe a consolidare il ruolo di Airbus.

Grazie alla nuova, ipotetica, trazione tedesca per l’Unione Europea, il colosso guidato da Guillaume Faury potrebbe diventare l'attore unico sul piano continentale.

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