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"Leonardo, il Mangusta e il futuro della Difesa italiana"

"Leonardo, il Mangusta e il futuro della Difesa italiana"

Il rinnovo della flotta navale, il nuovo elicottero d'attacco, il futuro del sistema europeo di Difesa: le risposte nell'intervista a Nicola Latorre, Presidente della Commissione Difesa del Senato

di Nicola Zamperini e Stefano Silvestre

"Se l'Europa vuole continuare a esistere e contare, bisogna rafforzare la politica estera e quella di difesa comune, a partire da una alleanza ancora più forte tra Italia e Germania". Nicola Latorre, presidente della Commissione Difesa del Senato, nella sua chiacchierata con Helipress, propone un sentiero politico nuovo.

Un'alleanza che rompe rispetto al passato, al presente, Trump compreso, e offre una soluzione ai problemi enormi che affliggono l'Ue. Ma nelle parole di Latorre non ci sono solo le prospettive politiche del continente, c'è anche il futuro dell'industria della difesa nazionale che conta molto sulla strategia, sugli sforzi tecnici, umani e industriali già avviati da Leonardo.

L'azienda guidata da Mauro Moretti è oggi chiamata a supportare l’adozione di un nuovo corso tecnologico su vari aspetti della Difesa del nostro Paese in uno scenario internazionale (e di opinione pubblica) in profondo mutamento, in cui anche il ruolo della NATO è finito in discussione.

E proiettare le Forze armate italiane in una nuova era di tecnologia e efficienza non è un lavoro di qualche settimana. Tra i piani di rinnovo della flotta navale, l’adeguamento degli strumenti d’arma dell’Esercito e dell’Aeronautica, l’accorpamento del Corpo Forestale dello Stato nell’Arma dei Carabinieri, il budget previsionale della Difesa è stato fissato per il 2017 a quota 19,8 miliardi di euro, circa un terzo in meno rispetto a quanto stanziato da Francia e Germania.  

Nella fotogallery: AW129, NH90, CH-47: gli elicotteri dell'AVES

Senatore, qual è lo stato attuale del programma di rinnovo degli strumenti d’arma delle nostre Forze armate?

Siamo ormai nel pieno di 20 anni di strategia di adeguamento e rinnovamento degli strumenti d’arma italiani, iniziata con il ministro Andreatta a fine anni ‘90. L’orientamento attuale del Governo è condiviso dal Parlamento e prevede un progetto di rinnovo complessivo della flotta aerea: il programma F-35 è diretto proprio in quella direzione. L’obiettivo è adeguare le flotte ai requisiti operativi moderni aumentando l’efficienza, anche attraverso una riduzione del numero di velivoli complessivi grazie all’adozione di macchine multiruolo, che consentono di svolgere le funzioni di più aeromobili. È un processo necessario, senza dimenticare che la carriera dell’Eurofighter è già ampiamente avviata.

Il programma F-35 sembra aver trovato un nuovo scoglio nel neopresidente degli Stati Uniti. 

Il vero problema è che questo tipo di pianificazioni sono finora andate avanti con misure che non offrivano la capacità di illustrare la prospettiva strategica. Nel Libro Bianco della Difesa abbiamo quindi previsto programmi sessennali di investimento, per evitare il rischio di prendere decisioni in merito all’avvio di un massiccio programma militare per poi affidare anno per anno il rinnovo del programma e infine trovarsi di fronte a decisioni di una nuova maggioranza di Governo che possa rimettere in discussione tutto. È il caso degli F-35. 

L’opinione pubblica appare difficilmente coinvolta da questo tipo di investimenti.  

In un momento di crisi e difficoltà economica è difficile condividere con l’opinione pubblica scelte di investimento nel settore militare. I cittadini, comprensibilmente, ritengono che non sia opportuno spendere soldi nell’industria militare, certamente non quanto in altre sezioni di welfare. Ragionando in questo modo non si coglie un dato importante: ormai l’impiego militare è dual use, le ricadute sono varie e frequenti anche nel settore civile, l’evoluzione tecnologica militare è la frontiera più avanzata di innovazione ed è l’ingrediente fondamentale delle nostre politiche industriali. Il punto chiave è che i temi difesa e sicurezza sono oggi più centrali che mai e impongono protagonismo. Bisogna conciliare le divergenze e non mollare perché si gioca una partita decisiva per il Paese e per le sue prospettive economiche e sociali. 

C’è anche la Legge Navale. 

È un grande progetto per il rinnovo della nostra flotta navale. Si tratta di un piano che contempla un radicale rinnovamento con l’aggiunta di un elemento di forte caratterizzazione dual use della nuova flotta, sia sul piano del monitoraggio ambientale, sia su quello sanitario. Abbiamo previsto dei nuovi ospedali navali che potranno essere impiegati in terraferma, ancorate in porto, mentre prosegue lo sviluppo del progetto Forza NEC (il programma Soldato Futuro, ndr) che rientra in un più ampio processo di adeguamento e rinnovamento strumenti d’arma dell’Esercito.  

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È il caso del nuovo elicottero da esplorazione e scorta che andrà a sostituire l’attuale AgustaWestland A129 Mangusta. 

Esattamente. Attualmente disponiamo di un parco strumenti d’arma relativamente obsoleto, le vecchie macchine sono in fase di adeguamento sulle più recenti frontiere tecnologiche, ma è chiaramente un programma in itinere e non risolutivo. Supportare le forze armate non  equivale solo a supportare la nostra azienda di riferimento. Non dimentichiamo che la nostra industria militare è ancora molto legata al mercato nazionale, sia Leonardo che tutto l’indotto hanno bisogno di supporto e stimolo costante verso l’innovazione, l’Industria militare italiana non può fermarsi, perdere il passo e il ritmo della ricerca significa perdere decenni di evoluzione tecnologica. Non è un dettaglio che si può accendere e spegnere a piacimento.

Quali prospettive per il progetto del sistema europeo di Difesa?  

Alla luce degli scenari internazionali attuali, il tema delle capacità militari è diventato sempre di più una delle chiavi su cui si giocano i rapporti di forza tra le differenti potenze e non solo a carattere squisitamente militare. L’elezione di Donald Trump e la Brexit sono segnali da valutare in tal senso. Avviare il progetto del sistema europeo di Difesa necessita di almeno due requisiti preliminari, parliamo in particolare di una politica estera e di un politica industriale comune. Senza i due presupporti il sistema non esiste, sarebbe un mero strumento da conferenza.

C’è anche il tema della cooperazione rafforzata. 

Il ministro Pinotti insiste giustamente sul suo eventuale utilizzo, peraltro previsto dal Trattato di Lisbona. Non c'è l'obbligo di mettere d’accordo 28 Stati, piuttosto la possibilità di operare in un gruppo selezionato di Paesi. Queste ipotesi devono tuttavia avere un forte impulso e profonda condivisione, soprattutto sullo sfondo delle imminenti elezioni in Europa, Francia, Germania e Olanda, forse anche in Italia.

Quali possibilità per il nostro Paese in questo contesto?

La mia tesi è che il tema delle cooperazioni rafforzate può realmente decollare se si dovesse consolidare un asse italo-tedesco nel settore della Difesa. Dico questo per una serie di motivi: la Germania ha interessi non antagonisti con quelli italiani sul tema della politica estera, in particolare sul piano del Mediterraneo. Berlino ha inoltre un profondo interesse per gli equilibri e i rapporti di forza e non si trova in conflitto con i nostri. In questo momento storico, di fronte al nuovo corso dell’amministrazione USA - che come noto individua in Cina e Germania i grandi competitor – Berlino è perfettamente al corrente di poter reggere l’offensiva solo in qualità di protagonista del rilancio della Difesa europea. La Germania sa bene di essere oggi di fronte a un bivio industriale e militare in cui noi siamo, diciamo, più ferrati.  

Insomma, un cambio di strategia anche per l’Italia dopo le scelte del Governo Renzi. 

La vicinanza agli Stati Uniti di Renzi era legata al fatto che l’amministrazione Obama, al secondo mandato, avesse in mente un ruolo e una funzione dell’Europa che fino ad allora gli States non avevano mai incoraggiato. Le due vie non erano in contraddizione, ma si supportavano: l’iniziativa di Renzi era funzionale a insistere affinché gli USA supportassero un rilancio del progetto europeo e un recupero della centralità del Mediterraneo negli equilibri generali. Ora è cambiato lo scenario: Washington sembra non voler puntare sull’Europa e ha addirittura messo in discussione la centralità della NATO. Il cambiamento di scenario, in ultima analisi, ci impone non di mutare gli obiettivi strategici, ma di modificare il percorso tattico. 

Tornando all’asse italo-tedesco per la Difesa: un’ipotetica fusione Leonardo-Airbus potrebbe rappresentare una strada percorribile per garantire una migliore penetrazione del manifatturiero militare italiano sui mercati internazionali?  

Penso sia realistico parlare di progetti industriali comuni e non di accordi di fusione. Questo tipo di ipotesi potrebbe oggi equivalere un ruolo subalterno dell’azienda italiana rispetto ad altre, in un settore nel quale non dobbiamo assolutamente esserlo. L’ideale è portare avanti progetti industriali comuni e ipotesi di assetto della Difesa comunitaria e comunque in prospettiva anche di una eventuale integrazione. Oggi sarebbe un errore pensare a una fusione Airbus-Leonardo. 

Leonardo: quanto è importante l’accentramento delle differenti sezioni della vecchia Finmeccanica?Il principale elemento di novità intervenuto con l’avvio di Leonardo è che oggi esiste una sola grande azienda del settore e non più tante diverse realtà frammentate. Disporre di un unico grande soggetto aiuta a essere competitivi sui mercati internazionali. Il problema è ora rafforzare le politiche industriali, ma Leonardo è certamente un campione dell’industria italiana. 

Il CEO di Leonardo, Mauro Moretti, è stato condannato in primo grado per la Strage di Viareggio: che succederà alla scadenza del suo mandato? 

A scadenza mandato deciderà il Governo, ad oggi non ci sono sollecitazioni e abbiamo semplicemente preso atto delle decisioni del Cda. Penso che Moretti abbia la sensibilità che serve per tenere insieme una risposta adeguata all’accaduto con la preoccupazione di non esporre Leonardo, che è azienda quotata in Borsa, ad una offensiva sul mercato che sarebbe deleteria. Io confido in Moretti, farà la cosa migliore.

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