Non chiamateci eroi

Non chiamateci eroi

Un anno dopo l'incidente dell'AW139 di Campo Felice: abbiamo parlato con Gianluca Facchetti, medico anestesista-rianimatore, collega e amico di tutto l'equipaggio dell'AW139 precipitato a Campo Felice

di Stefano Silvestre

Chiamateli servitori dello Stato, chiamateli angeli, chiamateli soccorritori. Ma non chiamateli eroi: per chi fa del soccorso uno stile di vita, per chi mette a rischio tutto ciò che ha per portare in salvo chi è in difficoltà, le etichette e le medaglie non sono gradite.

Basta la consapevolezza di aver svolto bene il proprio lavoro.

Valter Bucci, 57 anni, medico del 118 dell’Aquila e Istruttore Nazionale Medico del CNSAS. Davide De Carolis, tecnico dell’elisoccorso del CNSAS e consigliere comunale di Santo Stefano di Sessanio. Giuseppe Serpetti, infermiere. Mario Matrella, verricellista e tecnico del CNSAS. Il pilota Gianmarco Zavoli.

Sono i nomi dei cinque uomini che quel martedì 24 gennaio 2017 erano a bordo dell’elicottero AW139 (EC-KJT) del 118 di L’Aquila, decollato in condizioni inclementi per portare soccorso a un uomo, si chiamava Ettore Palanca, rimasto ferito su una pista da sci a Campo Felice.

Sono i nomi delle sei vittime di una tragedia che ha segnato la vita di altrettante famiglie, amici e colleghi di una vita, di un’industria e di una grande comunità, quella del Soccorso Alpino

Il 24 gennaio 2017 non era un giorno come un altro, nel Paese ancora unito e sconvolto dalla tragedia dell’hotel Rigopiano. In Abruzzo, già teatro di quel disastro senza precedenti, si avviava alle battute finali un soccorso complesso anche solo da ricostruire per la cronaca. Tra le disperate e interminabili marce notturne dei primi soccorritori, neve fresca e vecchie polemiche tutte italiane, si rimettevano insieme i tasselli di un puzzle di una strage ancora complessa da interpretare e accettare.

A intrecciare la trama delle due tragedie c’è il fatto che a bordo di quell’elicottero bianco, c’erano gli stessi soccorritori che fino a poche ore prima avevano prestato gambe, braccia, cuore ed esperienza al disastro dell’hotel sepolto dalla valanga.

Alla fine i superstiti del Rigopiano saranno 11.

Nessuno sarebbe sopravvissuto da solo.  

Torniamo al 24 gennaio 2017 perché a stabilire se il disastro dell’elicottero AW139 del 118 di L’Aquila precipitato a Campo Felice fosse o meno evitabile, ci penserà la magistratura e l’inchiesta che l’ANSV sta portando avanti da un anno.

Da quel giorno è passato un anno e a terra sono rimasti parenti, amici e colleghi.

Abbiamo parlato con Gianluca Facchetti, medico anestesista-rianimatore e istruttore nazionale della Scuola Nazionale Medica del CNSAS, collega e amico di tutto l’equipaggio dell’AW139 precipitato a Campo Felice.

Facchetti, il ricordo di quel martedì è ancora fresco.

È indelebile. Avevo parlato con Valter (Bucci, ndr) quella mattina intorno alle nove. Ci sentivamo tutti i giorni, eravamo amici da più di vent’anni. Mi aveva telefonato per parlare di Rigopiano, c’era l’amarezza per come erano andate certe situazioni. Valter e io ci eravamo avvicendati in quelle operazioni di soccorso, una staffetta in un soccorso dagli aspetti surreali. Quella mattina non potevo dedicargli più di qualche minuto, dovevo lavorare, gli ho detto che ci saremmo visti più tardi. Mi ha fatto una battuta, abbiamo sorriso e ci siamo salutati, poi ognuno è tornato al suo turno. Io in sala operatoria, lui in elisoccorso. Resta il rimpianto di non aver prolungato quella telefonata.

Poi intorno a mezzogiorno, l’incidente.

Il sistema di allerta del Soccorso Alpino si è attivato immediatamente. Alle 12:08 ho letto il messaggio: “Elicottero del 118 di L’Aquila non risponde, necessità di soccorso…”. Ho fatto una telefonata ed è arrivata la conferma, il 139 era caduto. Ho preso gli sci e con la squadra, in macchina, ci siamo diretti a Campo Felice. Durante il tragitto cercavamo solo un motivo per il quale potessero essere vivi pur non rispondendo alle chiamate. Avevo in mente altri incidenti nei quali, in condizioni di scarsa visibilità, l’elicottero aveva toccato con le pale la neve e, pur cadendo, la cabina era rimasta intatta.

Le condizioni meteo erano peggiori del previsto?

Appena scesi dalla macchina vedevamo solo il piede della montagna. Messi gli sci e iniziato a salire dopo circa 50m di dislivello si entrava nella nebbia con una visibilità di poche decine di metri. Avevamo il punto GPS dell’impatto e sulla cartina era evidente dove fosse, ma non si vedeva nulla. Salendo ho perso di vista gli altri. Ad un cambio di pendenza, incastrata su un minuscolo abete, c’era la piccola sacca rossa del jacket da soccorso di Valter. In quel momento ho realizzato. Ho tolto gli sci e ho continuato a salire sulla linea di massima pendenza seguendo il tragitto della sacca. Un centinaio di metri più in alto c’era l’elicottero.

L’AW139 era completamente distrutto.

L’impronta scura sulla neve del primo impatto spiccava sul bianco, poi i piani di coda e una decina soccorritori tutti intorno. Il clima era surreale, un silenzio assoluto interrotto solo dalle direttive tecniche dei soccorritori. Disteso sulla neve c’era Valter, immobile e sereno, lo avevano appena sganciato dal sedile, istintivamente ne ho cercato il polso carotideo, ma invano. In quel momento ho pensato solo che dovevo riportarlo a casa. La centrale operativa mi ha chiesto di procedere con le costatazioni di decesso e con l’identificazione delle vittime. Uno alla volta ho riconosciuto prima Mario, poi Peppe (Serpetti, ndr), quindi Gianmarco, poi una persona che non conoscevo lo sfortunato sciatore e infine Davide, in servizio come tecnico di elisoccorso da soli tre mesi.

(E qui Facchetti fa una lunga pausa, ndr)

Ho chiesto un sacco salma e delicatamente vi abbiamo deposto dentro Valter. In due abbiamo iniziato a far scivolare il sacco sul pendio ripido fino giù. Nello stesso modo, uno alla volta, li abbiamo fatti scendere tutti.

Sulla strada ad aspettare c’erano i parenti, gli amici e i colleghi del 118.

Che idea si è fatto dell’incidente?

Gli aspetti tecnici e penali sono in corso di accertamento, so che ci sono degli indagati. La mia idea è che quel giorno forse non c’erano i presupposti di visibilità richiesti per il volo a vista. Non serve un esperto per capire che la causa dell’incidente potrebbe essere stata la scarsa visibilità.

Parliamo di sicurezza, di standard operativi.

Parliamo proprio di standardizzazione del sistema elisoccorso. Basta pensare che a oggi medico, infermiere e tecnico del CNSAS figurano ancora come passeggeri e non come membri d’equipaggio. A L’Aquila rispetto a un anno fa è stato aggiunto un pilota a bordo, ma quel giorno un altro pilota avrebbe evitato l’incidente o solo aumentato il numero delle vittime? L’imprevisto fa parte del volo, ma qui non parliamo proprio di situazioni impreviste o imprevedibili. Esistono sistemi atti a migliorare le condizioni di sicurezza in caso di scarsa visibilità improvvisa? Se esistono, devono rientrare negli standard minimi di un servizio HEMS.

Cosa deve fare l’Elisoccorso?

È la domanda giusta. Quella da cui ripartire. In tanti ci siamo chiesti se un servizio di elisoccorso debba intervenire per soccorrere un codice verde in un contesto non impervio. L’accordo della Conferenza Stato-Regioni prevede tempi d’intervento massimi di 20-30 minuti, per qualsiasi codice di gravità e quando nessuna ambulanza riesce a raggiungere il luogo del soccorso nei tempi previsti s’invia l’elicottero. Il Prof. Lossius, anestesista-rianimatore e responsabile della Norwegian Air Ambulance Foundation, alla stessa domanda risponde disegnando una piramide con alla base i codici verde, poi i gialli e infine i rossi e indica la punta della piramide come l’unica area di stretta competenza dei servizi HEMS: le situazioni clinicamente più complesse. Le leggi vanno sicuramente rispettate, ma possono anche essere discusse e criticate, con l’obiettivo di migliorarle.

È difficile spiegare ai parenti di una vittima che non si parte perché il meteo non lo permette ed è altrettanto difficile spiegare alla moglie e ai figli di un soccorritore che il proprio padre o marito non c’è più per una missione che non sarebbe mai dovuta partire.

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